29 settembre

scritto il 2 September 2010 da gpavone

Seduto in quel caffe’
io non pensavo a te….
Guardavo il mondo che
girava intorno a me…
Poi d’improvviso lei
sorrise
e ancora prima di capire
mi trovai sottobraccio a lei
stretto come se
non ci fosse che lei.
Vedevo solo lei
e non pensavo a te…
E tutta la citta’
correva incontro a noi.
Il buio ci trovo’
vicini
un ristorante e poi
di corsa a ballar sottobraccio a lei
stretto verso casa abbracciato a lei
quasi come se non ci fosse che,
quasi come se non ci fosse che lei.
Mi son svegliato e
e sto pensando a te.
Ricordo solo che,
che ieri non eri con me…
Il sole ha cancellato tutto
di colpo volo giu’ dal letto
e corro li’ al telefono
parlo, rido e tu.. tu non sai perche’
t’amo, t’amo e tu, tu non sai perche’
parlo, rido e tu, tu non sai perche’
t’amo t’amo e tu, tu non sai perche’
parlo, rido e tu, tu non sai perche’
t’amo, t’amo tu, tu non sai perche’.

Dice: e che c’entra? Niente, è solo per ricordare che il 29 settembre esce L’eroe dei due mari.

 

 

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Brigitta in salotto

scritto il 29 August 2010 da gpavone

“La Peugeot ti farà causa”, aveva commentato qualcuno in calce al mio post “La dea“. Ma il tempo è galantuomo, il vento fa il suo giro, i nodi vengono al pettine, non ci sono più le mezze stagioni, insomma, sapevo che tutto questo inspiegabile parlare di Citroen sul mio blog alla fine avrebbe trovato un senso preciso.

Ricapitolando: due dei libri che mi sono portato in vacanza avevano una 2Cv immortalata in copertina. Da lì tutta una serie di disquisizioni oziose sui modelli mitici della casa del “double chevron”.

A pagina 236 del secondo libro, “Canzoni della giovinezza perduta” di Gaetano Cappelli, leggo il passaggio che mi fa capire che niente accade per caso:

“E’ una stanza enorme al piano terra, l’unico abitabile. Su un lato ci sono dei mobili laccati, stile Settecento veneziano, e lì, in fondo, un autentico spettacolo. Parallela al tavolo, di fronte a una saracinesca, c’è questa Peugeot 205, rosso fiammante”.

Brigitta! La macchina dei miei vent’anni! E anche dei trenta (le faccio durare molto le macchine, io)! La macchina, caro Cappelli, della mia giovinezza perduta. Una forza della natura: quattro marce, 950 cc di cilindrata, velocità massima 140 km/h (in discesa anche 150), da zero a cento nel tempo di preparazione di un caffè con una napoletana da sei. Rossa con bordature bianche e la scritta dell’allestimento, “T-Shirt” (come dire: la Polo è già troppo…), interni in jeans che facevano tanto ggiovane. Chi ha ventilato azioni legali da parte della Peugeot sa bene di cosa sto parlando. Anche un certo Gaetano Capone (vi dice niente, il nome?), personaggio secondario de L’eroe dei due mari, ne avrebbe di cose da raccontare. Quelle traversate Milano-Taranto (e viceversa) col bagagliaio zeppo, il muso impennato, la lamiera del cofano pronta per l’uovo a tegamino, il rumore costante tipo biplano in fase di decollo e, quando la temperatura dell’abitacolo superava i 3000 Fahreneit (aria condizionata? seee…), si contava fino a tre e poi si abbassavano entrambi i finestrini per dieci secondi (con effetto autotelonato), quelle traversate non le dimenticherò.

Brigitta, l’avevamo chiamata, per quella stupida canzoncina brasiliana da trenino di capodanno (Brigitte Bardot-Bardot, Brigitte Peugeot-Peugeot… ). Brigitta, wahrolianamente parcheggiata nel salotto dei Rondò Veneziano, ci sarebbe stata bene. Ma la sua attuale occupazione non è meno romantica e sorprendente. Dopo essere passata di mano svariate volte, ormai abbondantemente maggiorenne, giaceva nel box di una casa della campagna finlandese. La targa TA lì la interpretavano come Tampere. Sembrava irrimediabilmente destinata al disfacimento (o, nella migliore delle ipotesi, all’ibernazione) quando un gruppo di scandinavi pazzi l’ha presa, l’ha sottoposta a un accurato maquillage (oui, ma Brigitte) e ne ha fatto un’imbattibile auto da rally. Il salotto può attendere.

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Il mio Dash

scritto il 12 August 2010 da gpavone

Negli ultimi giorni sembra che  un virus si sia impadronito di alcuni miei amici: vorrebbero convincermi che a Milano, ad agosto, si sta benissimo.

Amico: Davvero, non ci crederesti… Fa caldo, sì, ma è secco.

Giuliano: Sì, come nella Death Valley.

Amico: E poi la città è vuota, si attraversa in un attimo, si trova parcheggio pure in Piazza Duomo…

Giuliano: Aha?

Amico: …e ogni sera c’è qualcosa di bello da fare…

Giuliano: Sarà pure, ma io mi tengo il mio Dash.

Ecco il mio Dash.

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La Dea

scritto il 4 August 2010 da gpavone

Ve l’avevo promesso, e poi non ho ancora abbandonato l’idea di farmi dare una cosa di soldi dalla Citroen. Mesi fa una rivista di auto mi aveva chiesto di scrivere un pezzo sul tema “the last run”, una specie di ultimo desiderio dell’automobilista: che macchina guidare, se si sapesse che è l’ultima volta? Ecco cosa avevo scritto.

Dei dell’auto, datemi una dea. Une déesse, una DS. Lo so, per il mio ultimo giro in macchina potreste regalarmi l’auto più moderna e veloce, ma un sogno da bambino vale più della tecnologia. Quanto alla velocità, che me ne faccio? Non ho mica fretta di arrivare. Per dirla tutta non ho neanche un punto d’arrivo, ma solo cento strade da percorrere senza meta. Datemi 24 ore, una bella giornata di settembre e lasciatemi in una qualsiasi strada secondaria della mia Puglia. Sì, niente esplorazioni esotiche: solo i luoghi in cui sono nato. Perché, per quanto li conosca, ogni volta è una scoperta. Ed è incredibile quanto sia facile perdersi nel tacco d’Italia, modesta pianura compresa fra due mari, ultimo lembo orientale della penisola, piccola Patagonia per lillipuziani. E poi, una Citroen DS (la voglio del ’70, come me), io non l’ho mai guidata. Sarà la mia prima volta. La prima e l’ultima.

Fatemi sprofondare su quei sedili soffici e immensi, e innestare la prima sul cambio a cloche. Appena mi sarò messo in marcia, girerò la manovella per abbassare il finestrino. Non ho bisogno di aria condizionata: il clima è mite, e da fuori mi arriverà un profumo di terra bagnata e rosmarino. Guiderò piano, manovrando pigramente il volante monorazza con la mano destra e col braccio sinistro poggiato sullo sportello a prendere aria. Non credo che supererò gli 80 chilometri all’ora. Più di così non serve su questi stretti nastri d’asfalto chiaro, delimitati da muretti a secco, circondati da vigne e ulivi a perdita d’occhio.

Fatemi viaggiare fra trulli e chiese di campagna, fra case bianche e fichi, fra menhir e torri saracene. Le sospensioni idropneumatiche renderanno vellutato anche il fondo più sconnesso. Datemi il tempo di fermarmi quando voglio: per scattare una foto in quella luce che sembra già una diapositiva, per parlare con un contadino o semplicemente per sedermi sul cofano e godere del silenzio. Donatemi il privilegio di smarrire la strada, di scegliere a ogni bivio la direzione per puro istinto. Sarà un piacere tutto mio, ogni volta che aziono la freccia, sapere che alle mie spalle sta lampeggiando una gemma gialla incastonata sul tetto.

Lasciatemi anche la notte, quando i paesini si trasformano in fantasmi e le strade in mistero. Due dei quattro fari della Dea, girando insieme al volante, mi aiuteranno a scoprire cosa si nasconde dietro ogni curva. Nel mio abitacolo ci sarà silenzio, o forse infilerò nel mangianastri una vecchia cassetta e ascolterò canzoni crepuscolari e senza tempo come Riders on the storm o Black magic woman. Mi sentirò al sicuro, e le luci colorate sul cruscotto mi faranno compagnia. Fuori, il frinire sommesso del grillo avrà rimpiazzato quello indolente delle cicale. Mi farò guidare dalla Dea e dalla strada, e sono sicuro che all’alba, senza sapere come, mi troverò di fronte al mare. Allora schiaccerò con dolcezza il pedale a fungo del freno, uscirò all’aperto e respirerò forte. Con un sibilo la Dea si abbasserà lentamente, regale come una pantera, e si metterà a dormire. Solo allora, Dei dell’auto, potete farla sparire. E impeditemi pure di guidare per il resto della vita. Non avrò rimpianti.

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I tempi dell’editoria

scritto il 2 August 2010 da gpavone

30 luglio 2010, dall’ufficio manoscritti di una casa editrice:

Gentile Giuliano Pavone,
 
innanzitutto la ringraziamo per aver proposto il suo lavoro alla casa editrice. Purtroppo la proposta inviataci è davvero di difficile collocazione all’interno delle nostre collane perché possa aspirare alla pubblicazione.
 
Ringraziandola per l’attenzione che ha voluto rivolgerci, le rinnoviamo i nostri più cordiali saluti.
 
Comitato di redazione

 

Il manoscritto gliel’avevo mandato il 20 aprile del 2009. Dei circa venti editori contattati, a parte Marsilio e gli altri che avevano letto la recensione di Labranca, sono i primi a rispondermi.

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A GRANDE RICHIESTA, “SCIAMENE PEPPI’”

scritto il 30 July 2010 da gpavone

Sollecitato da un anonimo (!) lettore, vi propongo questa storia di vita vissuta, che avevo scritto per un vecchio numero di Linea Bianca.  Il “noi” si riferisce ai tifosi di squadre minori. Sinceremente non saprei dire se la frase esatta fu “Sciamene Tonì”, “sciamene Peppì”, o altri vocativi tronchi.

A noi è dato di seguire come si deve il calcio solo se viviamo nella città della nostra squadra. Mezzo campionato è assicurato: si va allo stadio, vivaddio, ché il calcio in fondo è ancora fatto per quello. Nel nostro stadio, per giunta. In trasferta poi si può andare spesso: muoversi tutti insieme è più facile, sicuro, economico e divertente. In alternativa c’è sempre una radio locale – magari sgangherata, ma fedele e piacevolmente partigiana – a soccorrerci.

La Radio. In fondo tutti gli appassionati di calcio sono figli (orfani) di Ciotti e di Ameri. Noi lo siamo anche un po’ di Giannicarrieri. Gianni Carrieri è un radiocronista-tifoso tarantino, calvo e baffuto, dotato di una caratteristica erre arrotata, un eloquio pseudo-forbito e un aspetto un po’ retro. Se Gianni Carrieri è noto solo in riva allo Jonio, centinaia di altri Giannicarrieri in tutta Italia riempiono l’etere di cronache entusiastiche, vernacolari, convulse o surreali. Raccontano il calcio invisibile appollaiati su improbabili tribune di stadi di provincia, in quella provincia dove il termine “stadio” può assumere una gamma di significati inimmaginabile per un tifoso di A.

Gianni Carrieri, a suo modo, è un eroe. A Siena (anni ottanta, C1 girone B), in una partita avvelenata da una vigilia di polemiche, il Taranto “difese la sconfitta”, fino a coronare il suo sontuoso catenaccio con un gol del pareggio totalmente casuale, favorito da un’insolita e fittissima nebbia. I locali non la presero bene, e trovarono nell’inviato pugliese un facile capro espiatorio. Con un crescendo di bestemmie toscane DOC – più del Chianti – a fargli da sottofondo, Gianni Carrieri rimase attaccato al microfono e, sforzandosi di non perdere il suo aplomb, provò a spiegare – a noi spettatori ma soprattutto ai suoi contestatori – che lui faceva solo il suo dovere e non aveva colpa di quella situazione. Si rassegnò a chiudere il collegamento solo quando il vetro della tribuna stampa andò in frantumi. Da casa sentimmo uno sbrigativo «Sciàmene, Peppì!» soffiato a mezza voce, poi più nulla.

Diversi anni più avanti, nel Settembre 1993, in una macchina parcheggiata dietro una porta dello stadio di Maglie (Lecce), Gianni Carrieri per telefono raccontava l’esordio del Taranto nel Campionato Nazionale Dilettanti (ora serie D) dopo la radiazione per motivi economici. La sua sagoma che si agitava nella Fiat Tempra era l’emblema perfetto della precarietà in cui il tifoso tarantino era piombato da quel giorno, ma allo stesso tempo rappresentava un rassicurante segno di continuità e attaccamento: lui c’era, e c’eravamo anche noi. Si poteva continuare, nonostante tutto.

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Alba albionica al trullo

scritto il 29 July 2010 da gpavone

“Ma le quattro esistono anche di mattina?”. La domanda se la pose Bart Simpson in un vecchio episodio ma calzava a pennello anche a me, ieri.

Il Pavone, per una volta si era svegliato prima del gallo, aveva imboccato nottetempo una Litoranea Salentina mai così sgombra a memoria sua (fra Gandoli e Taranto,  sommando i due sensi di marcia, incrociati tre automezzi e cinque cani randagi), aveva percorso in trance la Statale dei Trulli e si era presentato alle 5,30 alla reception dell’Hotel Dell’Erba di Martina Franca. Lì lo attendevano due fantasmi anglofoni, i suoi compagni di viaggio (mai visti prima) in un reportage dalle città dell’entroterra pugliese. Il tempo di qualche svogliato convenevole, poi il Pavone li trascina verso il trullo dell’amico Pasquale.

Qui ci vuole una breve digressione.

L’amico Pasquale fu per cinque anni compagno di liceo e per tre compagno di banco del Pavone. Fra le tante esperienze sconclusionate che i due hanno condiviso negli ultimi 25 anni, una delle più eclatanti fu un viaggio a Bali nel 1994. Lì, nonostante una vita notturna vivace trascorsa fra fiumi di birra australiana, l’amico Pasquale ogni mattina alle sette sgusciava fuori dal letto lesto e fastidioso come un orologio a cucù del Cantone Grigioni.  Il Pavone apriva un occhio ed elemosinava qualche altra ora di sonno. L’amico Pasquale diceva “Fai pure, ti aspetto”, ma rimanendo seduto con lo sguardo fisso sul volatile dormiente lo costringeva immediatamente alla resa. Così i due alle sette e mezzo si ritrovavano a ciondolare insensatamente su una spiaggia tropicale deserta e inservibile.

Ecco perché la visita all’alba all’amico Pasquale ha per il Pavone, sedici anni dopo, il dolce sapore della vendetta, un piatto da servirsi freddo come il mare indonesiano alle sette di mattina.

Ma l’amico Pasquale con l’età è diventato ancora più insonne, e accoglie sportivamente i tre ospiti già vestito di tutto punto, con felpa a strisce e bermuda da cui spuntano i suoi proverbiali stinchi-tizzone. “Du iu uont coffi?”, chiede con elegante nonchalance, manco fossimo al club del golf. Gli inglesi lo guardano atterriti, e per mascherare il nervosismo, fotografano qualsiasi forma di vita nei dintorni, comprese le quattro pianticelle di zucchine dell’unico metro quadro di orto in ettari ed ettari di terreno brullo e abbandonato.

Ricapitoliamo: è l’alba, la temperatura è da frigo, l’umidità da bagno turco. Mi trovo fra Martina Franca e Ostuni al trullo di un amico pazzo in compagnia di una art director di Norfolk e di un fotografo  di XXX (me l’ha pure detto ma voi ci capite qualcosa, quando parla questo?). Lo choc termico-cultural-geografico-orario è totale. Quando la art director di Norfolk e l’amico Pasquale intavolano un dialogo fra sordi sulle ricette a base di zucchine e sul senso stesso del vocabolo “zucchini”, mi rendo conto di vivere uno dei momenti più assurdi della mia intera esistenza. E chi mi conosce sa che non è poco. In una giornata che inizia così, penso, può succedere di tutto. E infatti, quando circa dodici ore dopo, sulla Ostuni-Cisternino, guido la mia macchina col bagagliaio aperto e il tizio di XXX sdraiato dentro a fotografare la tizia di Norfolk che ci segue su un’altra macchina, non mi scompongo più di tanto. Se a fine giornata avrò ancora una patente in corso di validità e nessun morto sulla coscienza, mi dico, potrò ritenermi soddisfatto. Viste le premesse, poteva andare molto peggio.

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6CV

scritto il 26 July 2010 da gpavone

Non vorrei che questo blog prenda una piega eccessivamente automobilistica, ma ripensando al post sulle due “due cavalli”  di qualche giorno fa, stanotte (mmm, mi sa che il panzerotto fritto non era il massimo della digeribilità…) mi è tornato in mente un libro che ho letto parecchi anni fa, di cui non ricordo quasi niente se non che mi era piaciuto un bel po’: La zattera di pietra di José Saramago. Sono quasi sicuro che anche i protagonisti di quel libro viaggiassero a bordo di una due cavalli. E lo spunto da cui si dipanava la storia era di quelli che non passano inosservati: la penisola iberica si staccava dall’Europa e iniziava ad andare alla deriva nell’Oceano Atlantico. Insomma, qualcosa di ancora più improbabile di un Pallone d’oro che gioca gratis nel Taranto… A questo punto mi chiedo (e vi chiedo): è la 2CV la macchina più letteraria del mondo? E, nel caso, secondo voi potrei chiedere una cosa di soldi alla Citroen? Anche se, a proposito di Citroen, la mia preferita è un’altra. Ma magari ve lo dico fra qualche giorno.

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To whom it may concern…

scritto il 26 July 2010 da gpavone

…l’”eroe” è tornato sui due mari.

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A màchena nova

scritto il 22 July 2010 da gpavone

Oggi mi sento un po’ così:

http://www.alessandroguido.it/auerr/Artwork.asp?artworkID=539

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